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Il relitto di Albenga

Il Relitto di Albenga

Il relitto romano di Albenga rappresenta, insieme al recupero delle navi di Nemi,  una delle tappe più importanti nella storia dell’archeologia subacquea italiana.
Sarebbe troppo riduttivo considerare il relitto ligure solo come una testimonianza del commercio romano della fine dell’età repubblicana: non si tratta  esclusivamente  di un frammento di storia antica ma anche del primo vero tentativo di scavo in ambiente sommerso condotto in modo sistematico ed accurato.
L’identificazione del relitto  risale al 1925 grazie alla fortuita scoperta del  pescatore ligure Antonio Bignone, che con le sue reti recuperò alcune anfore che giacevano a circa 40 metri di profondità, ad una distanza di circa 1400 metri dalla costa.
La scoperta suscitò da subito notevole interesse: la nave era adagiata sul fondo quasi parallelamente alla costa, con la prua in direzione nord/ovest e la poppa a sud/est, con una inclinazione di ca.15° verso il mare aperto.
Lo studio così approfondito della nave da carico dalle eccezionali dimensioni  (la sua portata si stima entro le 500-600 tonnellate) è legato ad un pioniere del settore, l’archeologo Nino Lamboglia.
Quest’ eccezionale personalità del mondo culturale italiano fu l’artefice non solo dello scavo del relitto negli anni ’50, ma anche della fondazione del Centro Sperimentale di Archeologia Subacquea, da cui prese avvio una intensa stagione di ricerche sottomarine in tutta l’Area Mediterranea.
Il carico della nave, in perfetto stato di conservazione, è eccezionalmente ricco: sono state individuate (e solo in parte recuperate)  tra le 11.000 e le  13.000 anfore , alcune delle quali visibili presso le sale del Museo di Albenga.
Si tratta per lo più di anfore per il trasporto del vino del tipo Dressel I , databili alla prima metà del I secolo a.C. e prive dei tipici elementi identificativi quali  bolli o iscrizioni. 
Le successive campagne di scavo hanno inoltre messo in luce alcuni esemplari del tipo Lamboglia 2 e Dressel 27.
Lo scavo ha permesso l’individuazione di  alcune dotazioni di bordo: si tratta per lo più di ceramica di produzione   campana a vernice nera (prevalentemente piatti e ciotole).
Al momento dello scavo suscitò molto interesse anche un rinvenimento particolarmente singolare: sette elmi in bronzo, di vario tipo e fattura, che probabilmente stanno ad indicare la presenza di una scorta armata sulla nave, che assolveva il compito di vigilare il prezioso carico.
Al momento della prima campagna di scavo sistematico, il prof. Lamboglia utilizzò come imbarcazione d’appoggio la nave "Artiglio", e si avvalse dell’aiuto di palombari viareggini. noti soprattutto per il recupero del carico d’oro dal piroscafo Egypt affondato nel canale della Manica.
Gli studi pionieristici dell’archeologo italiano  non furono esenti da  aspre polemiche: il primo tentativo di scavo subacqueo con l'impiego di una benna meccanica permise il recupero di una gran quantità di materiale , ma danneggiò in modo irreparabile una parte importante del carico.
Oggi questo tesoro dell’archeologia nostrana è visitabile solo in rare occasioni e previa autorizzazione da parte della Sovrintendenza archeologica ligure.

 

Scritto da Valentina Pascali
pubblicato su www.eclipse-magazine.it
il 08/06/2010

 

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